giovedì 1 ottobre 2009

IL VIRUS AH1N1

LE ORIGINI
Secondo un’ipotesi formulata da esperti dell'Università di Pittsburgh il ceppo H1N1 del virus dell’influenza suina ha radici genetiche comuni a quelle di un predecessore che colpì i suini nel lontano 1918: da allora avrebbe subito delle mutazioni, combinandosi con parti di altri virus influenzali e divenendo più virulento. Una di queste “ricomparse”, quella che nel 1977 interessò la popolazione di Unione Sovietica, Hong Kong e della Cina nord-orientale, ha continuato a presentarsi come tipica influenza stagionale per i circa 32 anni successivi.

PERCHÈ È DETTA “SUINA”?
L’influenza AH1N1 deriva da un virus originario che nei maiali causa una malattia con sintomi lievi e non interessa l’uomo. La capacità di diffondersi dal maiale all’uomo è il frutto di una prima mutazione avvenuta in Messico, mentre una seconda mutazione, realizzatasi negli USA, l’ha resa capace di trasmettere l’infezione da uomo a uomo.

PERCHÈ PREOCCUPA TANTO?
Non è preoccupante solo per la sua virulenza, quanto per la sua capacità a diffondersi coinvolgendo sia uomini che animali.

COSA FARE SE SI SOSPETTA DI AVERLA CONTRATTA?
Innazitutto occorre sapere che l’esordio è comune a tutte le influenze e il decorso può essere del tutto non specifico: malessere generale, tosse, mal di gola, rinorrea (naso che cola), dolori diffusi, nausea, mal di testa. L’aver fatto il vaccino contro l’influenza stagionale non impedisce di contrarre la “suina”, perché di ceppo diverso.
È consigliabile non recarsi personalmente dal medico, per non diffonderla nelle sale d’aspetto, ma non è neppure utile chiedere una visita medica domiciliare urgente. La visita può essere utile solo per i soggetti a rischio di complicanze, come i bronchitici cronici, gli asmatici o i cardiopatici gravi. Il medico non può che formulare delle ipotesi in base al racconto del paziente e non è certamente in grado di effettuare a domicilio degli accertamenti microbiologici e virologici. Infatti La diagnosi di certezza si può fare solo con l'isolamento del virus da colture cellulari di tamponi naso-faringei, o da titolazione degli anticorpi specifici, o infine con tecniche di biologia molecolare (polymerase chain reaction) in grado di distinguere l’RNA del virus influenzale da quello dei virus respiratori siniciziali o para-influenzali.
È invece consigliabile rivolgersi telefonicamente al proprio medico che effettuerà, così il “triage”, esattamente come accade quando si richiede un qualsiasi intervento urgente con il 118 o altri numeri dell’emergenza, o ci si reca in Pronto Soccorso. I dati raccolti dall’anamnesi (il racconto del paziente), servono a stabilire un livello di gravità e, sulla base di questo, la natura dell’intervento.
È, quindi, anche opportuno non diffondere ulteriormente il contagio e, se possibile, non recarsi al lavoro o, per i bambini e i più giovani, a scuola.

È UTILE ASSUMERE FARMACI?
In assenza di complicanze, il riposo, lo stare al caldo, l’alimentarsi in modo nutriente ma evitando cibi scarsamente digeribili, l’idratarsi a sufficienza (bere acqua), il sospendere in modo assoluto il fumo, sono misure doverose e, in genere, sufficienti.
I farmaci possono solo servire ad alleviare i sintomi. Per la febbre e i dolori vanno bene paracetamolo, aspirina, novalgina. Aspirina e novalgina sono anche antiinfiammatori, come l’ibuprofene. In caso di tracheiti e faringiti possono risultare utili. Per le dosi o le eventuali controindicazioni è sempre meglio consultare il medico. Non essendo “curativi” è ovvio che non sono in grado di incidere sul tempo di guarigione.
I bambini e gli adolescenti con sintomi influenzali (in particolare la febbre) non dovrebbero assumere aspirina durante l'infezione, perché potrebbe causare la sindrome di Reye, una patologia rara ma fatale del fegato: questa cautela vale, però, soprattutto con il tipo B.
In alcuni casi possono rendersi utili dei farmaci antivirali.
Scarsamente utili, invece, gli antibiotici in assenza di sovra infezioni batteriche.


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